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GIORNATA INTERNAZIONALE PER L'ELIMINAZIONE DELLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE

Pubblicato il 24 novembre 2016 alle 11.30

ATTI PERSECUTORI - 612 BIS C.P: ASSECONDARE LO STALKER IMPEDISCE IL PERFEZIONAMENTO DEL REATO.

a cura dell'Avv. R.C.

Come ormai noto l'art. 612 bis c.p. configura il reato di atti persecutori, una delle novità più rilevanti introdotte dal D.L 11/2009. Stando al precetto normativo, la condotta costituente reato deve essere reiterata e posta in essere con minaccia o molestia tanto da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita. Essendo un illecito di tipo c.d. alternativo non è necessaria la realizzazione di tutte le conseguenze indicate dalla norma, ma ne è sufficiente anche una soltanto. Le radici del termine "stalking" utilizzato comunemente per identificare l'illecito in parola derivano dal vocabolo anglosassone "to stalk" traducibile in italiano con "fare la posta alla preda", ed è quanto mai calzante se si considera la tipologia di reato. Nonostante la continua evoluzione giurisprudenziale in materia ed il progressivo ampliamento dei confini del reato di atti persecutori, non mancano chiusure e passi falsi della Corte di legittimità che con la sentenza 9221/2016 ha senza dubbio fatto discutere.

CASO

Il caso è quello dell'ennesima violenza sessuale su una donna al termine di una relazione chiusa a causa della morbosa e pressante gelosia del partner. Questi, in risposta alla volontà della ex fidanzata, aveva iniziato a farla oggetto di ripetute pressioni e minacce, anche telefoniche. La vittima, costretta a mutare le proprie abitudini di vita, usciva di casa solo in compagnia delle amiche per evitare rischi alla propria incolumità. In occasione di un incontro chiarificatore richiesto dal persecutore, a cui la ragazza aveva aderito, lo stesso approfittava delle circostanze di tempo e di luogo, fino a costringere la ex, dopo una violenta colluttazione, a subire un rapporto sessuale completo.

DIRITTO

Il Tribunale di Napoli, adito dalla donna, con ordinanza dichiarava insussistenti i reati di violenza sessuale (art. 609 c.p.) e di atti persecutori (art. 612 bis c.p.) di cui era accusato l'imputato, ritenendo vi fosse, in entrambi i casi, il consenso della vittima. Il Procuratore della repubblica ricorreva in Cassazione per l'annullamento del suddetto provvedimento ottenendo una vittoria soltanto parziale. La Corte di legittimità ordinava, infatti, l'annullamento dell'ordinanza in riferimento soltanto all'art. 609 c.p., ritenendo fondato il ricorso e, dunque, sussistente la violenza sessuale; mentre confermava quanto già disposto sul reato di stalking ritenendo la valutazione operata dal Tribunale sul piano della consistenza indiziaria necessaria per la integrazione della fattispecie né manifestamente illogica, né contraddittoria ed è anche coerente con i rigidi parametri normativi per il corretto inquadramento della fattispecie. Nello specifico gli ermellini pur prendendo atto delle minacce continue, ed anche gravi, poste in essere dal persecutore, ritenevano incongruenti i comportamenti posti in essere dalla donna, consistiti nel proseguire i rapporti telefonici rispondendo al proprio interlocutore anziché prenderne le distanze; ovvero ancora nell'accettare quell'incontro "chiarificatore" poi degenerato nella violenza sessuale. Tali atteggiamenti fanno venir meno, secondo la Corte, eventuali stati di ansia o paura, e non rientrano nel quadro delle possibili alterazioni delle abitudini di vita. Dunque, stando a quanto disposto dai giudicanti, nel caso in cui il soggetto passivo, con il proprio comportamento, assecondi quello del soggetto agente, viene meno il requisito, indispensabile per la configurazione del reato di stalking, del mutamento radicale delle abitudini della vittima anche a seguito della situazione di ansia che ne segna in modo irreversibile la vita. Invero, la valutazione dei fatti appare poco attenta e riflette quel velo di incertezza che circonda da sempre il reato di atti persecutori. E' questo, forse, il motivo per cui le pagine di cronaca degli ultimi anni sono colme di storie di donne che, perseguitate dal loro stalker, non trovano sicuro rifugio in una norma penale che appare ancor oggi inadeguata o mal interpretata. E' evidente, infatti, nel caso di specie come nella maggior parte dei casi, che per la punizione del reo si attende sempre che quest'ultimo commetta un reato più grave, quale ad esempio una violenza sessuale. Riguardo gli aspetti civilistici del delitto in esame, e prescindendo momentaneamente dal caso concreto, la vittima ha diritto di ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale, ed eventualmente patrimoniale, subito. Con danno non patrimoniale deve intendersi sia il danno esistenziale, inteso come mutamento permanente delle abitudini di vita (ex art. 2 Cost.), sia il danno morale, quale mutamento temporaneo delle stesse, sia il danno biologico, quale danno alla salute causato dallo stato d'ansia (ex art. 32 Cost.). Il risarcimento del danno da illecito penale deriva ex art. 185 c.p. che fa espresso riferimento agli artt. 2043 e 2059 c.c.. Pertanto, l'iter previsto sarà quello tipico civilistico in caso di responsabilità aquiliana, che prevede una prescrizione dell'azione di 5 anni. Dunque, rivolgendosi ad un legale, si potrà introdurre un giudizio con atto di citazione, durante il quale sarà onere dell'attore dimostrare l'evento, il danno ed il relativo nesso di causalità. Tornando al caso in esame, tuttavia, non si può che rilevare come la sentenza penale abbia negato due volte giustizia alla vittima, sia in campo penale che civile. L'intervento di una sentenza che qualifichi il reato come insussistente, infatti, preclude al soggetto offeso anche il diritto ad ottenere il risarcimento del danno anche in campo civilistico.

Categorie: DIRITTO PENALE

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