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La Camera ha approvato, ad inizio anno, il disegno di legge sulla responsabilità di medici ed operatori sanitari, sarà più difficile fare causa. Vediamo come è cambiato questo istituto nel tempo.

Pubblicato il 02 settembre 2016 alle 03.55

Il rapporto tra medico e cittadino, che è alla base della tutela costituzionale del diritto alla salute, è sempre stato in continua evoluzione.

Dopo l’unità d’Italia e prima della legge 23.12.1978 n. 833, istitutiva del servizio sanitario nazionale, il rapporto privatistico tra medico e paziente è stato per lungo tempo un rapporto contrattuale, oneroso, diretto e privato tra un professionista e un cliente ammalato.

Il rapporto pertanto tra medico e paziente era regolato come per ogni altro professionista dall’ art. 2236 cc.

Successivamente il rapporto da contrattuale ed oneroso è stato trasformato in un rapporto pubblico, in quanto il medico viene pagato dallo Stato che inoltre organizza e predispone strutture ospedaliere per garantire il diritto alla gratuità delle cure e dei trattamenti sanitari.

Le richiamate modifiche hanno influito profondamente sulla responsabilità civile del medico pubblico per i danni subiti dal paziente, ricevuto e curato nella struttura pubblica.

Si creò inizialmente un contrasto in giurisprudenza e in dottrina, tra chi sosteneva sussistere una responsabilità da inadempimento a seguito del contato sociale tra medico e paziente, basato sul consenso informato, più favorevole per il paziente, sia sotto il profilo dell’onere della prova a carico del medico che della prescrizione ( decennale e non quinquennale) e l’altra tesi che riteneva sussistere una responsabilità aquiliana più favorevole per il medico in quanto la prova è a carico del paziente danneggiato e la prescrizione è di 5 anni.

Dal 1999 la Cassazione fa chiarezza è qualifica la responsabilità del medico come contrattuale al pari di quella dell’ente gestore del servizio sanitario, in virtù di un rapporto contrattuale di fatto originato dal “contatto sociale”.

Con l’art. 3 della c.d. Legge Balduzzi (2012) si assiste ad un ulteriore cambio di rotta nella qualificazione del rapporto tra medico e paziente, che ove l’esercente la professione sanitaria abbia scrupolosamente osservato ed applicato le linee guida e le buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica risponderà solo ai sensi dell’art. 2043 cc, responsabilità meno gravosa per il medico, ma più onerosa per il paziente.

Il 28 gennaio 2016 è stato approvato alla Camera il ddl Gelli che passerà all’esame del Senato che prevede importanti novità in tema di responsabilità medica.

Ebbene in base al nuovo testo cambierà la responsabilità del medico, sia dal punto di vista penale, poiché non sarà più responsabile neppure per colpa grave se rispetta le linee guida, che civile, con la definitiva affermazione della responsabilità extracontrattuale con conseguente inversione dell'onere della prova e dimezzamento del termine di prescrizione.

Vediamo nello specifico le novità.

Iniziamo proprio dalle novità in materia di responsabilità civile.

Viene innanzitutto operata una fondamentale distinzione tra la struttura sanitaria da un lato (l’ospedale, la clinica, ecc.) e il medico dall’altro. Entrambi i soggetti saranno responsabili, ma a titolo diverso. Vediamo le differenze e gli effetti pratici che deriveranno da tale distinzione:

– struttura sanitaria: in tal caso sussiste la responsabilità contrattuale.

La prima conseguenza di ciò riguarda l’onere della prova: se il paziente (o, in caso di decesso, i suoi eredi) fanno causa all’ospedale o alla clinica, sarà quest’ultima a dovere provare di avere eseguito le prestazioni sanitarie con diligenza [2]. Al paziente non resta che provare il danno e il rapporto di causa/effetto, ossia che quel danno si è verificato in conseguenza dell’intervento presso quella specifica struttura.

Inoltre il malato avrà dieci anni di tempo per fare la causa; scaduto tale termine non potrà più invocare alcuna tutela;

– medico: per l’esercente la professione sanitaria si parla invece di una responsabilità extracontrattuale [3]. In tal caso è il paziente che deve dimostrare gli elementi della condotta illecita del professionista. Sicuramente si tratta di un onere della prova più difficile e complesso, che richiederà vagli preventivi effettuati da altri professionisti del settore (consulenze di parte) e, certamente, imporrà una maggiore cautela nell’esercizio delle azioni giudiziarie. Laddove la prova dovesse essere nebulosa, per il paziente danneggiato potrebbe essere più conveniente desistere dal chiamare in causa il medico e preferire, invece, la citazione della sola struttura sanitaria, ottenendo solo da quest’ultima il risarcimento del danno.

Inoltre il termine per fare causa sarà di cinque anni.

In ogni caso la responsabilità civile del medico verso il paziente opererà anche in caso di colpa lieve (al contrario, ricordiamo che quella penale scatta solo per il caso di colpa grave, secondo quanto definito dal decreto Balduzzi). Per controbilanciare tale aumento di responsabilità viene prevista l’assicurazione obbligatoria per tutti i professionisti del settore.

La struttura sanitaria che abbia dovuto risarcire il paziente per l’errore medico si potrà rivalere nei confronti del sanitario, esercitando la cosiddetta azione di rivalsa, solo a condizione che questi abbia agito con dolo o colpa grave.

Sul piano processuale viene previsto l’obbligo di tentativo di conciliazione (consistente in una consulenza tecnica preventiva ai fini della composizione della lite, quale condizione di procedibilità;) e la possibilità del paziente danneggiato di chiamare direttamente in causa l’assicurazione senza dover prima citare l’ospedale (cosiddetta azione diretta del danneggiato nei confronti dell’assicurazione), proprio come avviene in caso di sinistri da incidenti stradali.

Responsabilità penale

La responsabilità penale del medico, in caso di morte o lesioni personali per imperizia del sanitario, scatta solo per dolo o colpa grave

Viene inoltre introdotta la scriminante speciale della colpa grave quando, salve le rilevanti specificità del caso concreto, sono rispettate le buone pratiche clinico-assistenziali e le raccomandazioni previste dalle linee guida ufficiali, che dovranno essere pubblicate entro 180 giorni. La criticità della norma è rappresentata dal riferimento alle “rilevanti specificità del caso concreto”, che apre la strada a una amplissima discrezionalità giudiziale.

Tale intervento normativo, agendo sul piano del diritto penale, ha introdotto una scriminante per i medici che provino di aver arrecato danno al paziente con “colpa lieve”. Sul piano processuale occorre tuttavia che i medici provino di essersi attenuti alle linee guida e alle "buone pratiche" accreditate dalla comunità scientifica. Si tratta delle c.d. guidelines – normalmente, opere codificate nell'ambito di convegni e seminari a carattere internazionale, pratiche riconosciute da moltissimi Paesi industrializzati - in quel determinato momento storico. A seguito della riforma Balduzzi, i medici possono quindi essere ritenuti penalmente responsabili solo se hanno agito con dolo o colpa grave.

 

Categorie: RESPONSABILITA' CIVILE

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