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Riduzione assegno divorzile se la ex non si attiva concretamente per la ricerca di un lavoro.

Pubblicato il 25 febbraio 2020 alle 07.35 Comments commenti (1)
A cura dell'Avv. Rosalia Cancellara La Corte di Cassazione con l'ordinanza n. 3661 del 13 febbraio 2020 è nuovamente intervenuta in tema di assegno di divorzio, prevedendo che l'importo dell'assegno possa essere ridotto qualora l'ex coniuge richiedente non si attivi nella ricerca di una propria attività lavorativa. Il caso Il Tribunale di Roma, dichiarata la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario contratto fra due coniugi, stabiliva che il marito fosse tenuto a corrispondere alla ex moglie un assegno mensile pari a Euro 4.000. Il marito impugnava il provvedimento. La Corte d'appello di Roma, a seguito dell'impugnazione, infatti, constatava che: 1. la situazione reddituale della moglie, la quale aveva lasciato il lavoro e gli studi universitari al momento della nascita del figlio in ragione di un'organizzazione della vita familiare concordata con il marito, non era tale da garantirle un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio; 2. la sperequazione reddituale e patrimoniale fra gli ex coniugi integrava pienamente l'an del diritto all'assegno in capo all'appellata, che tuttavia doveva essere quantificato tenendo come indice di riferimento le condizioni di separazione, ma considerando anche da un lato che il L. era andato in pensione e non percepiva più il cospicuo bonus di produzione in precedenza riconosciutogli, dall'altro che la moglie a seguito della separazione non si era mai attivata per reperire un'occupazione ed era divenuta erede prima della madre e poi, del padre; 3. pertanto, alla luce di ciò la Corte d'Appello, riscontrava che vi erano le condizioni per ridurre l'assegno di divorzio a cui la moglie aveva diritto nella misura di Euro 2.000 mensili. La moglie, quindi, ricorre in Cassazione, lamentando, tra i vari motivi di impugnazione: 1. l'erronea interpretazione della L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 5, comma 6, come modificato dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, nella parte in cui afferma che la signora P. dopo la separazione 'non risulta in atti che si sia mai attivata per reperire un'occupazione'; 2. la Corte distrettuale, per la ricorrente, avrebbe erroneamente operato una riduzione della misura dell'assegno dovuto in ragione della mancata iniziativa assunta dall'appellata per reperire un'occupazione, in quanto l'attitudine al lavoro assumerebbe rilievo solo se si riscontri l'esistenza di un'effettiva possibilità di svolgimento di un'attività lavorativa retribuita, adeguata alla qualificazione professionale e alla dignità della persona, e l'intervenuto rifiuto di una simile concreta opportunità di occupazione. Per la Suprema Corte la doglianza è infondata, e coglie l'occasione per chiarire che: 1) il riconoscimento dell'assegno di divorzio in favore dell'ex coniuge richiede l'accertamento dell'inadeguatezza dei mezzi dell'ex coniuge istante e dell'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive; un simile accertamento investe l'eventuale rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi, in sé e sotto il profilo della dipendenza di una simile situazione dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, alla luce della durata del vincolo e delle effettive potenzialità professionali e reddituali valutabili alla conclusione della relazione matrimoniale; pertanto, se la solidarietà post coniugale si fonda sui principi di autodeterminazione e autoresponsabilità, non si potrà che attribuire rilevanza alle potenzialità professionali e reddituali personali, che l'ex coniuge è chiamato a valorizzare con una condotta attiva facendosi carico delle scelte compiute e della propria responsabilità individuale, piuttosto che al contegno, deresponsabilizzante e attendista, di chi si limiti ad aspettare opportunità di lavoro riversando sul coniuge più abbiente l'esito della fine della vita matrimoniale.

Se i genitori sono entrambi i detenuti. I figli sono in stato di adottabilità.

Pubblicato il 06 febbraio 2020 alle 10.15 Comments commenti (0)
Se entrambi i genitori sono detenuti, il figlio minore è adottabile, in quanto lo stato di abbandono di quest' ultimo non dipende da cause di forza maggiore transitorie, ma dalla condizione di carcerazione del padre e della madre. Questo è quanto precisato dalla Corte di Cassazione, Sezione Sesta Civile, Sottosezione 1, nell'ordinanza 10 gennaio 2020, n. 319 (testo in calce). La pronuncia in esame trae origine dal ricorso presentato da un padre, avverso la sentenza con cui la Corte territoriale aveva confermato la declaratoria dello stato di adottabilità del figlio dell' uomo. La Suprema Corte ha esaminato congiuntamente i motivi del ricorso. In particolare, con riferimento all'accertamento dello stato di abbandono, la Cassazione ha evidenziato che è consolidato il principio secondo cui, l' esigenza del figlio di vivere nell'ambito della propria famiglia di origine può venir meno se sussiste un grave pregiudizio per un suo equilibrato ed armonioso sviluppo, qualora la famiglia di origine non sia in grado di garantirgli la necessaria assistenza e stabilità affettiva. E' evidente che le carenze morali e materiali che integrano lo stato di abbandono del minore, non devono dipendere da cause di forza maggiore di natura transitoria, atteso che, l'adozione costituisce una misura di tipo eccezionale cui si ricorre solo se si siano dimostrate impraticabili altre soluzioni, anche di carattere assistenziale, dirette a favorire il ricongiungimento del figlio con i genitori biologici. Nel caso in esame, la condizione di abbandono del minore può essere dimostrata anche in virtù dell' esistenza dello stato di detenzione del genitore, riconducibile alla condotta criminosa dello stesso, non integrante gli estremi della causa di forza maggiore transitoria, prevista dalla L. n. 184 del 1983, art. 8, come motivo di giustificazione della mancata assistenza al figlio. Pertanto, la Cassazione ha rilevato che il giudice di merito ha applicato correttamente i summenzionati principi nella sentenza impugnata, avendo considerato lo stato di detenzione di entrambi i genitori, per reati contro il patrimonio e contro la persona, oltre che reati collegati all'uso di sostanze stupefacenti. Inoltre, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, la valutazione negativa della capacità genitoriale dello stesso è riconducibile al provvedimento di decadenza dalla responsabilità sul figlio, emanato anni prima, che il genitore non ha mai impugnato. Di conseguenza, la sussistenza dello stato di reclusione per i reati sopra indicati, nonché la decadenza dalla potestà genitoriale, giustificano pienamente la decisione negativa della Corte territoriale relativamente alla possibilità di recupero della capacità genitoriale del padre, situazione non rimediabile ricorrendo alle misure di sostegno, che, non potrebbero essere applicate in tempi brevi, sussistendo lo stato di reclusione del ricorrente, e ciò sarebbe in contrasto con l'esigenza di una sollecita definizione delle questioni collegate alla tutela del minore.

Il tradimento presunto può fondare l'addebito della separazione.

Pubblicato il 04 febbraio 2020 alle 07.10 Comments commenti (1)
L'ordinanza della Cassazione n. 1136/2020 (sotto allegata) ha dichiarato inammissibile il ricorso di un ex marito con il quale tentava di far ricadere la colpa della fine del matrimonio alla ex moglie responsabile, a suo dire, di non volerlo più seguire e sostenere. Peccato che la Corte d'Appello ha dato molta più importanza ai sospetti della moglie, che ha prodotto foto e biglietti aerei intestati, per dimostrare la presunta relazione extraconiugale del marito e ottenere così l'addebito della separazione a carico del coniuge "traditore". Come hanno chiarito gli Ermellini infatti, non è necessario che il coniuge riesca a provare la relazione extraconiugale dell'altro per ottenere l'addebito. Il sospetto infatti, se plausibile, è sufficiente a ledere la dignità del tradito, non serve che l'adulterio si concretizzi ai fini dell'addebito. L'ordinanza della Cassazione n. 1136/2020 (sotto allegata) dichiara inammissibile il ricorso di un ex marito con cui tenta di far ricadere la colpa della fine del matrimonio alla ex moglie responsabile, a suo dire, di non volerlo più seguire e sostenere. Peccato che la Corte d'Appello ha dato molta più importanza ai sospetti della moglie, che ha prodotto foto e biglietti aerei intestati, per dimostrare la presunta relazione extraconiugale del marito e ottenere così l'addebito della separazione a carico del coniuge "traditore". Come hanno chiarito gli Ermellini infatti, non è necessario che il coniuge riesca a provare la relazione extraconiugale dell'altro per ottenere l'addebito. Il sospetto infatti, se plausibile, è sufficiente a ledere la dignità del tradito, non serve che l'adulterio si concretizzi ai fini dell'addebito.

INFORTUNISTICA STRADALE - RISARCIMENTO DANNI

Pubblicato il 23 gennaio 2020 alle 06.50 Comments commenti (0)


Cos’è l’infortunistica?

Il  termine  “infortunistica”  identifica  la  disciplina  che  studia,  dal punto  di  vista  economico  e  giuridico,  le  cause  e  le  conseguenze  degli infortuni e dei sinistri in generale.

Il  professionista  (avvocato  o  patrocinatore  stragiudiziale)  esperto di infortunistica, forte di una preparazione specifica nella materia, ha il compito di mettere al servizio del soggetto che è rimasto vittima di un incidente (stradale e non solo) le sue competenze, al fine di identificare e documentare l’an e il quantum debeatur, ovvero se sia dovuto un risarcimento e a quanto ammonti l’importo di volta in volta ragionevolmente ottenibile.

Il danneggiato, pertanto, incarica il professionista al fine di essere rappresentato e assistito nei confronti della controparte, cioè della per- sona fisica o, più spesso, giuridica (compagnia di assicurazione) tenuta a risarcire il danno.

Con particolare riguardo al risarcimento dei danni occorsi in seguito a  incidenti  stradali  (essi  costituiscono  normalmente,  per  un  professionista  esperto  in  infortunistica,  la  maggior  parte  dei  casi  gestiti)  il nostro  ordinamento  prevede  uno  specifico  iter  procedurale:  prima  di consentire l’accesso alle aule di giustizia, la legge impone di instaurare un preliminare tentativo bonario di risoluzione della controversia con la compagnia di assicurazioni. Si parla, con preciso riferimento a tale fase, di ambito stragiudiziale (dal latino extra judicialem ovvero “fuori dal processo giudiziale”;).

Tale settore operativo è disciplinato da precise norme di legge disciplinanti  i  tempi,  i  modi  e  le  forme  che  i  professionisti  coinvolti  sono chiamati a osservare. esso è situato in un contesto di tipo privatistico, dove le parti si confrontano presentando gli esiti delle rispettive attività istruttorie svolte con lo scopo di definire le ripartizioni di responsabilità e l’eventuale risarcimento dovuto.

Proponibilità dell’azione di risarcimento

1. Nel caso si applichi la procedura di cui all’articolo 148, l’azione per il risarcimento dei danni causati dalla circolazione dei veicoli e dei natanti, per i quali vi è obbligo di assicurazione, può essere proposta solo dopo che siano decorsi sessanta giorni, ovvero novanta in caso di danno alla persona, decorrenti da quello in cui il danneggiato abbia chiesto all’impresa di assicurazione il risarcimento del danno, a mezzo lettera raccomandata con avviso di ricevimento, anche se inviata per conoscenza, avendo osservato le modalità ed i contenuti previsti all’articolo 148.

2.  Nel  caso  in  cui  si  applichi  la  procedura  di  cui  all’articolo  149  l’azione  per il risarcimento dei danni causati dalla circolazione dei veicoli e dei natanti, per i quali vi è obbligo di assicurazione, può essere proposta solo dopo che siano decorsi sessanta giorni, ovvero novanta in caso di danno alla persona, decorrenti da quello in cui il danneggiato abbia chiesto alla propria impresa di assicurazione il risarci- mento del danno, a mezzo lettera raccomandata con avviso di ricevimento, inviata per  conoscenza  all’impresa  di  assicurazione  dell’altro  veicolo  coinvolto,  avendo osservato le modalità ed i contenuti previsti dagli articoli 149 e 150.

La richiesta di acconto volontario

Il  verificarsi  di  un  sinistro,  soprattutto  se  di  grave  entità,  genera una serie di ripercussioni molto pesanti in capo alla vittima: spese da sostenere  per  la  riparazione  dei  mezzi  incidentati,  per  le  prime  cure fisiche, per la sottoposizione a cicli di terapia anche piuttosto lunghi, per l’acquisto di medicinali o di sussidi terapeutici, per l’esecuzione di esami e indagini diagnostiche finalizzate a un accertamento compiuto del danno.

È evidente che tutto ciò richiede un consistente sacrificio di natura patrimoniale.  Per  quanto  le  stesse  spese  siano  poi  destinate  a  essere rimborsate, esse comportano, nell’immediato, un pesante salasso econo- mico che rischia persino di pregiudicare, nei casi più gravi, l’equilibrio finanziario di un nucleo familiare con contenute disponibilità reddituali.

Per  poter  far  fronte  a  questo  tipo  di  difficoltà,  vi  sono  due  strade: una di carattere stragiudiziale, cioè praticabile prima dell’intrapresa di una causa civile – e al di fuori delle aule di giustizia –, e una di carattere giudiziale, coltivabile dopo l’inizio di un processo.

Quanto alla prima via, essa si concreta nella richiesta di un acconto alla  compagnia  di  assicurazione  che  viene  definito  come  volontario proprio perché non costituisce un obbligo a carico della controparte, ma  solo  una  facoltà liberamente esercitabile  laddove  l’impresa  di assicurazione ritenga che ne sussistano i presupposti.

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Avv. R. C. 

ANCHE LE MULTE NON NOTIFICATE SONO VALIDE -

Pubblicato il 02 novembre 2018 alle 04.50 Comments commenti (0)

A cura dell'Avvocato R.C.

L'opposizione a una cartella di pagamento è inammissibile se la stessa è volta esclusivamente a far valere la mancata notifica tempestiva del verbale originario.

Lo si legge nell'ordinanza numero 26843/2018 della Corte di Cassazione che, confermando quanto sancito dalle Sezioni unite con sentenza numero 22080/2017, hanno statuito che, in materia di opposizione a sanzioni amministrative, deve essere dichiarata l'inammissibilità di un'opposizione a una cartella di pagamento ove questa sia "finalizzata a recuperare il momento di garanzia di cui l'interessato sostiene di non essersi potuto avvalere nella fase di formazione del titolo per mancata notifica dell'atto presupposto, qualora l'opponente non deduca, oltre che in via preliminare detta mancata notifica, anche vizi propri dell'atto presupposto".

In tal modo la Corte ha superato alcune precedenti sentenze del 2003 (la numero 59 e la numero 12531), che ritenevano invece che dalla mancata notifica del verbale derivasse l'illegittimità dell'emissione della cartella. E lo hanno fatto esplicitamente sancendo che deve piuttosto affermarsi che l'opposizione alla cartella di pagamento abbia "finalità "recuperatoria" delle ragioni di opposizione alla sanzione in ragione della nullità o dell'omissione della notifica del processo verbale di contestazione o dell'ordinanza ingiunzione".

Proprio tale finalità impedisce di dare all'impugnante la possibilità di scegliere se impugnare o meno l'atto presupposto e quello consequenziale cumulativamente, con la conseguenza che deve affermarsi che "alla deduzione di tardiva conoscenza dell'atto presupposto, conseguente alla mancata notifica, debba sempre accompagnarsi la proposizione di censure avverso di esso, altrimenti destinato a spiegare - seppur per effetto della tardiva sanatoria dei vizi di notifica attraverso la conoscenza dell'atto conseguenziale - i suoi effetti".

 

Nell'ambito delle opposizioni a sanzioni amministrative, ammettere l'impugnazione recuperatoria di una cartella equivale quindi ad ammettere una rimessione in termini per il rimedio giudiziario, il che vuol dire che solo se la pretesa sanzionatoria è contestata anche nel merito è possibile escludere che la nullità della notifica del verbale sia sanata se non sono allegate ulteriori difese che non era stato possibile proporre per la mancata cognizione tempestiva dell'atto presupposto.


E' REATO PORTARE A CASA L'AMANTE.

Pubblicato il 18 maggio 2018 alle 03.50 Comments commenti (0)

A cura dell'Avv. Rosalia Cancellara

Secondo la Cassazione (cfr., sentenza n. 16543/2017), il marito che costringe la moglie ad accettare passivamente la presenza dell'amante in casa, con il quale l'uomo intrattiene rapporti intimi, è responsabile del reato ex art. 572 c.p.

Il Caso

Maria (nome di fantasia), veniva costretta dal marito al accettare passivamente che questi portasse in casa l’amante per consumare rapporti intimi. La moglie tollerando, suo malgrado, l'atteggiamento prepotente del marito, aveva sopportato sofferenze fisiche e morali per molti anni. Coraggio alla mano e superato il limite della sopportazione, decideva di ribellarsi Giunta al limite della sopportazione decideva di ribellarsi denunciando l'uomo.

La decisione

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, ha ritenuto l'uomo, per le azioni umilianti inflitte alla moglie, responsabile per il reato di maltrattamenti in famiglia di cui all'art. 572 c.p.

Determinante per inchiodare l'uomo, alle proprie responsabilità, sono state la relazione di servizio e il contenuto delle telefonate intercorse tra l'imputato e la persona offesa.

Le dichiarazioni della donna sono state ritenute attendibili sia "sotto il profilo della intrinseca linearità sia sotto il profilo della correttezza estrinseca".

 

QUALE RILEVANZA PROBATORIA HANNO I MESSAGGI WHATSAPP NEL REATO DI STALKING?

Pubblicato il 03 gennaio 2018 alle 10.55 Comments commenti (1)
Lo stalking consiste in un insieme di condotte persecutorie ripetute nel tempo (come le telefonate molestie, pedinamenti e le minacce) che provocano un danno alla vittima incidendo sulle sue abitudini di vita oppure generando un grave stato di ansia o di paura, o, ancora ingenerando il timore per la propria incolumità o per quella di una persona cara.

Il reato di stalking (dall'inglese to stalk, letteralmente "fare la posta") è entrato a far parte dell'ordinamento penale italiano mediante il d.l. n. 11/2009 (convertito dalla l. n. 38/2009) che ha introdotto all'art. 612-bis c.p., il reato di "atti persecutori", il quale punisce chiunque "con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita".

La pena

L'art. 612 bis c.p., al primo comma, punisce la condotta di chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita con la reclusione da sei mesi a quattro anni, salvo che il fatto non costituisca più grave reato.

Ai sensi del secondo comma, inoltre, la pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

Il comma successivo prevede un aumento della pena fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992,n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.

In genere la procedibilità è a querela della persona offesa, con termine per la sua proposizione di sei mesi (anziché di tre mesi, come per quasi tutti gli altri reati).

Può, tuttavia, procedersi d’ufficio, quando il fatto viene commesso nei confronti di un minore di età oppure di una persona con disabilità (l. 104/1992) nonché quando il fatto viene connesso con altro delitto per cui debba procedersi d’ufficio.

Il reato è altresì procedibile d’ufficio quando il soggetto sia stato ammonito ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 8 del d.l. n. 11/2009, convertito in lleggen. 38/2009. Secondo questa recente normativa, infatti, fino a quando non viene proposta querela per il reato di stalking, la persona offesa ha facoltà di esporre i fatti all’autorità di pubblica sicurezza, avanzando richiesta al questore di “ammonimento” nei confronti dell’autore della condotta. La richiesta avanzata viene quindi trasmessa, senza ritardo, al questore, il quale assunte ove necessario le informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, nel caso in cui ritenga l’istanza fondata, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento. Dopo tale ammonimento, una eventuale ulteriore condotta persecutoria renderà il reato, come testé evidenziato, procedibile d'ufficio.

Il caso

Nel caso che analizziamo e sul quale si è pronunciata la Corte di Cassazione riguarda un imputato del delitto di stalking commesso in danno della propria fidanzata. L’imputato lamenta tra le motivazioni del ricorso presentato dinanzi alla Suprema Corte la mancata acquisizione da parte della Corte di Appello della trascrizione delle conversazioni svoltesi sul canale informatico whatsapp che avrebbero dimostrato la prosecuzione dei rapporti con la propria fidanzata e quindi l’inattendibilità della persona offesa, che aveva sostenuto che la relazione con l'imputato si era interrotta.

La decisione della Corte

La Corte di Cassazione, sez. V penale con la sentenza n. 49016/2017 analizza con particolare attenzione una problematica molto attuale quale il valore probatorio delle conversazioni svoltesi sul canale telematico whatsapp che, come è noto, oggi è molto utilizzato e diventerà quanto prima un elemento di sicura rilevanza nel corso di indagini giudiziarie.

In effetti la Suprema Corte non ritiene fondata la lamentela dell’imputato e giudica “ineccepibile la decisione della Corte territoriale di non acquisire la trascrizione delle conversazioni svoltesi sul canale informatico tra l'imputato e la parte offesa in quanto pur riconoscendo che la registrazione di tali conversazioni, operata da uno degli interlocutori, costituisca una forma di memorizzazione di un fatto storico, della quale si può certamente disporre legittimamente ai fini probatori, trattandosi di una prova documentale, (atteso che l'art. 234 c.p.p., comma 1, prevede espressamente la possibilità di acquisire documenti che rappresentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qualsiasi altro mezzo) l'utilizzabilità della stessa è, tuttavia, condizionata dall'acquisizione del supporto - telematico o figurativo contenente la menzionata registrazione, svolgendo la relativa trascrizione una funzione meramente riproduttiva del contenuto della principale prova documentale” (Sez. 2, n. 50986 del 06/10/2016; Sez. 5, n. 4287 del 29/09/2015).

In sintesi

La semplice trascrizione dei messaggi scambiati su WhatsApp non ha valore probatorio e, diversamente dalle registrazioni foniche che, in linea con quanto disposto dal Codice di procedura penale, costituiscono prova documentale, non può essere considerata affidabile. A meno che non si fornisca anche il supporto contenente il messaggio (nella maggior parte dei casi il telefono cellulare), per verificarne paternità e attendibilità.

 

BASTANO GLI SMS INVIATI ALL'AMANTE PER PROVARE L'IFEDELTA' DEL CONIUGE. QUESTO E' QUANTO STABILITO DALLA CASSAZIONE IN UNA RECENTE PRONUNCIA.

Pubblicato il 08 marzo 2017 alle 10.25 Comments commenti (1)

Tra i diritti e i doveri dei coniugi dopo il matrimonio rientra la fedeltà coniugale. Sempre più spesso accade che uno dei due partnes volga lo sguardo altrove e intrattenga relazioni extraconiugali.

Il coniuge tradito come può dimostrare il tradimento e vedersi tutelato dalla legge?

Ebbene presupposto ai fini del riconoscimento dell’addebito è il nesso di causalità tra la condotta fedifraga e la crisi coniugale. La prova del tradimento può darsi con qualsiasi mezzo anche con gli sms.

La Cassazione con la sentenza n. 5510/2017 depositata il 7 marzo 2017 ha stabilito che bastano degli sms dell'amante come prova del tradimento per richiedere la separazione con addebito a carico del coniuge che è venuto meno al dovere di fedeltà.

CASO

La Corte D’Appello di Milano era stata investita della questione relativa all’accertamento del tradimento del marito ai danni della moglie in ragione della scoperta, nel novembre 2007, di messaggi amorosi pervenuti sul cellulare del marito e scoperti dalla moglie.

La questione è arrivata fino in Cassazione, dove il marito ha provato a spiegare che il matrimonio era già in crisi da anni e che la scoperta del tradimento aveva solamente "aggravato una crisi coniugale già presente da tempo", ma la Corte di Cassazione ha ravvisato il nesso di causalità tra la scoperta dell’infedeltà e la crisi coniugale.

Pertanto l’ex marito dovrà ora versare alla donna duemila euro al mese per il mantenimento e tremila euro al mese per il mantenimento dei tre figli, oltre al pagamento totale delle spese straordinarie concordate tra le parti.

DIRITTO

La Corte, nel caso esaminato, osserva come  in tema di separazione tra coniugi, l'inosservanza dell'obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, che determinando normalmente l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l'addebito della separazione al coniuge responsabile. Sempreché non si dimostri, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale. Ne consegue che il coniuge nei cui confronti sia svolta domanda di addebito della separazione per violazione del dovere di fedeltà, è tenuto dimostrare che la comunione di vita materiale e spirituale era già venuta meno prima e indipendentemente dalla predetta violazione (nella specie il resistente nulla ha provato, avendo sul punto articolato prove inammissibili).

Ebbene è pacifico a questo punto ritenere come, ai fini della pronuncia dell'addebito della separazione, non è di per sé sufficiente l'accertamento della sola sussistenza di condotte contrarie ai doveri nascenti dal matrimonio, essendo necessario accertare di contro la sussistenza di un nesso di causalità tra: i comportamenti costituenti violazione dei doveri coniugali accertati a carico di uno od entrambi i coniugi e l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza.

In pratica occorre stabilire, in base al materiale probatorio raccolto, se la violazione accertata a carico di un coniuge sia stata la causa unica o prevalente della separazione, ovvero se preesistesse una diversa situazione di intollerabilità della convivenza, con l'effetto che solo nell primo caso potrà aversi una pronuncia di addebito della separazione.

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ASSEGNO DI MANTENIMENTO VERSATO UNA TANTUM IN SEPARAZIONE NON PRECLUDE LA PENSIONE DI REVERSIBILITA'

Pubblicato il 20 gennaio 2017 alle 06.25 Comments commenti (0)

L’assegno di mantenimento e l’assegno divorzile sono attribuiti all’ex coniuge per diverse finalità e scopi.

L’assegno di mantenimento previsto e disciplinato dall’art. 156 c.c. trova la sua ratio in base al principio di solidarietà e assistenza spirituale e materiale imposto ai coniugi per legge. Infatti, con la separazione non cessa il vincolo matrimoniale ma lo stesso è solo sospeso, ben potendo i coniugi riconciliarsi prima della pronuncia del divorzio.

Presupposto per l’attribuzione dell’assegno di mantenimento è che il coniuge beneficiario non disponga di redditi adeguati a un tenore di vita simile a quello che aveva durante il matrimonio e che la separazione non sia a lui addebitabile.

Di altra natura è, invece, l’assegno divorzile, il cui fondamento si ravvisa, infatti, nella rottura definitiva del rapporto coniugale e, dunque, nel venir meno di tutti gli effetti propri del vincolo matrimoniale.

Anche l'assegno divorzile ha una finalità assistenziale/solidaristica serve cioè a impedire il deterioramento delle condizioni economiche del coniuge economicamente più debole ma ai fini del suo riconoscimento la legge richiede requisiti più rigidi ovvero non basterà che il coniuge beneficiario sia privo dei mezzi economici idonei ad assicuragli un tenore di vita tendenzialmente equiparabile a quella precedente, ma invece è necessario che egli sia oggettivamente nella condizione di non poterseli procurare.

Entrambi gli assegni possono essere corrisposti sia mensilmente che con versamento c.d. “una tantum”.

Cosa succede in sede di divorzio se il versamento del mantenimento in separazione è avvenuto in unica soluzione? e alla pensione di reversibilità?

Ebbene principio consolidato in Giurisprudenza è quello secondo cui ove l’assegno divorzile venga corrisposto “una tantum” si perde irrimediabilmente il diritto alla percezione della pensione di reversibilità dell’ex coniuge.

Infatti la Corte di Cassazione con sentenza n. 3635/2012, ha affermato il principio di diritto secondo cui: "In tema di divorzio, qualora le parti, in sede di regolamentazione dei loro rapporti economici, abbiano convenuto di definirli in un' unica soluzione, come consentito della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 8, attribuendo al coniuge che abbia diritto alla corresponsione dell'assegno periodico previsto nello stesso art. 5, comma 6, una determinata somma di denaro o altre utilità, il cui valore il Tribunale, nella sentenza che pronuncia lo scioglimento dei matrimonio, abbia ritenuto equo ai fini della concordata regolazione patrimoniale, tale attribuzione, indipendentemente dal nomen iuris che gli ex coniugi le abbiano dato nelle loro pattuizioni, deve ritenersi adempitiva di ogni obbligo di sostentamento nei confronti dei beneficiario, dovendosi, quindi, escludere che costui possa avanzare, successivamente, ulteriori pretese di contenuto economico e, in particolare, che possa essere considerato, all'atto del decesso dell'ex coniuge, titolare dell’assegno di divorzio, avente, come tale, diritto di accedere alla pensione di reversibilità o (in concorso con il coniuge superstite) a una sua quota"

Da quanto detto si desume che l’improponibilità di nuove domande di contenuto economico dopo la corresponsione dell'assegno in unica soluzione è conseguenza non (tanto) dell'autonomia delle parti quanto (piuttosto) dell'accertamento da parte del giudice che pronuncia il divorzio della rispondenza dell'accordo alle esigenze di tutela del coniuge economicamente più debole. Ovviamente tale accertamento e valutazione di equità dell'accordo andranno compiuti anche in sede di divorzio ad istanza congiunta.

Cosa succede quando i coniugi in separazione stabiliscono il versamento dell’assegno di mantenimento in un’unica soluzione, è possibile in sede di divorzio pretendere ed ottenere il versamento dell’assegno divorzile e conseguentemente conservare il diritto alla reversibilità della pensione?

CASO

Tizio, condannato in Appello a corrispondere alla propria moglie un importo mensile a titolo di assegno divorzile, propone ricorso per Cassazione sostenendo la vigenza tra le parti, al momento della separazione poi omologata, di un accordo nel quale era stato espressamente previsto il versamento del mantenimento in unica soluzione al volto ad estinguere ogni obbligo di mantenimento.

DIRITTO

La Corte di Cassazione, sez. I civile - sentenza 10 febbraio 2016, n.2948 statuisce che “La determinazione dell'assegno divorzile, giusto l’art. 5 della legge n. 898/70, è indipendente dalle statuizioni patrimoniali operanti in vigenza di separazione dei coniugi. Conseguentemente, anche se negli accordi di separazione è stato pattuito che nessun assegno venga versato dal marito per il mantenimento della moglie, è comunque il giudice a dover procedere alla verifica del rapporto delle attuali condizioni economiche delle parti con il pregresso stile di vita coniugale, e decidere poi sull'eventuale diniego o sull’eventuale riconoscimento al coniuge debole dell'assegno divorzile”.

Pertanto alla luce di questa pronuncia il mantenimento versato con 'una tantum', cioè con un unico versamento, non preclude alla moglie la possibilità di ottenere l'assegno divorzile.

La moglie, quindi, che in sede di separazione accetta il mantenimento con la formula "una tantum" in sede di divorzio può però tranquillamente avanzare la richiesta di assegno di divorzile; questo è quanto ha ribadito la Corte di Cassazione con la Sentenza n. n. 2948 del 10.02.2016, sottolineando che il Giudice non deve tenere conto degli accordi pregressi dei coniugi ma deve verificare le attuali e le future condizioni economiche delle parti.

Non appare neppure possibile in sede di separazione abbinare all'assegno "una tantum", una rinuncia a chiedere in sede di divorzio l'assegno divorzile. Infatti, un simile accordo tra i coniugi è nullo ai sensi dell'art. 160 c.c. secondo cui gli sposi non possono derogare né ai diritti né ai doveri previsti dalla legge per effetto del matrimonio.

Da ciò derivano importanti conseguenze a livello assistenziale in caso di morte del coniuge obbligato ovvero la possibilità per il coniuge divorziato che in sede di separazione ha accettato un versamento “una tantum”, di vedersi riconosciuto un assegno periodico di divorzio e di conservare pertanto il diritto a ricevere la pensione di reversibilità dell’ex coniuge obbligato. 

A cura dell'Avv. Rosalia Cancellara

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LE OBBLIGAZIONI CONDOMINIALI SONO DIVISIBILI. OGNI CONDOMINO RISPONDE DEI DEBITI NELLA MISURA DELLA PROPRIA QUOTA MILLESIMALE.

Pubblicato il 11 gennaio 2017 alle 10.45 Comments commenti (0)

Le obbligazioni condominiali sono divisibili e, pertanto, il creditore può agire e avviare il pignoramento nei confronti del singolo condomino solo nei limiti della sua quota millesimale.

Immaginiamo che il nostro condominio non abbia pagato una ditta che ha eseguito dei lavori di rifacimento del tetto e questa, dopo aver pignorato inutilmente il conto corrente intestato al condominio stesso (perché vuoto), intenda agire nei confronti dei singoli proprietari, pignorando i loro beni personali. Come dovrà comportarsi il creditore? Fino a che misura sono responsabili i condòmini per i debiti del condominio? E soprattutto, fin dove può spingersi il pignoramento del creditore nei confronti del singolo proprietario? Può pretendere, da questi, il pagamento dell’intero importo (salvo il diritto a rivalersi, poi, nei confronti degli altri condomini) oppure potrà chiedergli solo una parte di tale somma proporzionata alla sua quota di millesimi?

Sulla questione è appena intervenuta una sentenza della Cassazione [1]. Secondo la Corte la soluzione più corretta è la seconda. In termini giuridici questo principio viene detto «regime dell’obbligazione parziaria» per contrapporlo a quello «dell’obbligazione solidale». In pratica, nell’obbligazione parziaria, in presenza di più debitori, ciascuno di essi è tenuto a pagare solo la sua parte di debito (che, in ambito condominiale, si misura in base ai millesimi); al contrario, nell’obbligazione solidale, il creditore può chiedere, al singolo debitore, il pagamento dell’intero importo, salvo poi il diritto di quest’ultimo di rivalersi nei confronti degli altri condebitori, in ragione delle rispettive quote.

 

Cosa fa il creditore quando non viene pagato dal condominio?

 

La riforma del condominio del 2012 ha stabilito una particolare sequenza di atti che il creditore deve compiere prima di poter procedere al recupero del proprio credito.

Questi può, inizialmente, decidere di pignorare il conto corrente del condominio. In alternativa a tale scelta, o nel caso in cui il conto sia vuoto e, quindi, non pignorabile, il creditore può decidere di agire direttamente nei confronti dei singoli condomini, pignorando i loro beni. Ma in tal caso deve prima aggredire quelli non in regola con le quote condominiali (o meglio, con il pagamento dell’importo spettante al creditore) e, solo dopo, in caso di insuccesso, potrà proseguire nei confronti di tutti gli altri.

Onde conoscere i nominativi di coloro che non hanno pagato le spese di condominio, il creditore deve rivolgersi all’amministratore e chiedergli l’elenco di tali soggetti. Quindi, il pignoramento verrà avviato prima verso questi ultimi. Se il credito permane, la ditta potrà pignorare i beni degli altri proprietari, quelli cioè in regola con i pagamenti.

È proprio su questo aspetto che, in passato, è sorto più di un dubbio: come deve agire, il creditore, nei confronti di tali condomini? Può chiedere al singolo l’intero importo (salvo poi il suo diritto di rivalersi verso gli altri) o deve dividere il credito per quanti sono i condomini ed esigere da ciascuno di essi la rispettiva quota millesimale? Quest’ultima è stata la soluzione abbracciata dalla giurisprudenza prima della riforma. Ora, la Cassazione conferma la vigenza dello stesso criterio anche post-riforma.

In sintesi, questo significa che se il condominio non ha pagato la ditta dei lavori di ristrutturazione del fabbricato e questa non abbia trovato nulla sul conto corrente condominiale, né sia riuscita a pignorare qualche bene nei confronti dei condomini morosi, potrà pretendere da tutti gli altri il pagamento in ragione dei rispettivi millesimi e non oltre.

 


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