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ANCHE LE MULTE NON NOTIFICATE SONO VALIDE -

Pubblicato il 02 novembre 2018 alle 04.50 Comments commenti (1)

A cura dell'Avvocato R.C.

L'opposizione a una cartella di pagamento è inammissibile se la stessa è volta esclusivamente a far valere la mancata notifica tempestiva del verbale originario.

Lo si legge nell'ordinanza numero 26843/2018 della Corte di Cassazione che, confermando quanto sancito dalle Sezioni unite con sentenza numero 22080/2017, hanno statuito che, in materia di opposizione a sanzioni amministrative, deve essere dichiarata l'inammissibilità di un'opposizione a una cartella di pagamento ove questa sia "finalizzata a recuperare il momento di garanzia di cui l'interessato sostiene di non essersi potuto avvalere nella fase di formazione del titolo per mancata notifica dell'atto presupposto, qualora l'opponente non deduca, oltre che in via preliminare detta mancata notifica, anche vizi propri dell'atto presupposto".

In tal modo la Corte ha superato alcune precedenti sentenze del 2003 (la numero 59 e la numero 12531), che ritenevano invece che dalla mancata notifica del verbale derivasse l'illegittimità dell'emissione della cartella. E lo hanno fatto esplicitamente sancendo che deve piuttosto affermarsi che l'opposizione alla cartella di pagamento abbia "finalità "recuperatoria" delle ragioni di opposizione alla sanzione in ragione della nullità o dell'omissione della notifica del processo verbale di contestazione o dell'ordinanza ingiunzione".

Proprio tale finalità impedisce di dare all'impugnante la possibilità di scegliere se impugnare o meno l'atto presupposto e quello consequenziale cumulativamente, con la conseguenza che deve affermarsi che "alla deduzione di tardiva conoscenza dell'atto presupposto, conseguente alla mancata notifica, debba sempre accompagnarsi la proposizione di censure avverso di esso, altrimenti destinato a spiegare - seppur per effetto della tardiva sanatoria dei vizi di notifica attraverso la conoscenza dell'atto conseguenziale - i suoi effetti".

 

Nell'ambito delle opposizioni a sanzioni amministrative, ammettere l'impugnazione recuperatoria di una cartella equivale quindi ad ammettere una rimessione in termini per il rimedio giudiziario, il che vuol dire che solo se la pretesa sanzionatoria è contestata anche nel merito è possibile escludere che la nullità della notifica del verbale sia sanata se non sono allegate ulteriori difese che non era stato possibile proporre per la mancata cognizione tempestiva dell'atto presupposto.


E' REATO PORTARE A CASA L'AMANTE.

Pubblicato il 18 maggio 2018 alle 03.50 Comments commenti (2)

A cura dell'Avv. Rosalia Cancellara

Secondo la Cassazione (cfr., sentenza n. 16543/2017), il marito che costringe la moglie ad accettare passivamente la presenza dell'amante in casa, con il quale l'uomo intrattiene rapporti intimi, è responsabile del reato ex art. 572 c.p.

Il Caso

Maria (nome di fantasia), veniva costretta dal marito al accettare passivamente che questi portasse in casa l’amante per consumare rapporti intimi. La moglie tollerando, suo malgrado, l'atteggiamento prepotente del marito, aveva sopportato sofferenze fisiche e morali per molti anni. Coraggio alla mano e superato il limite della sopportazione, decideva di ribellarsi Giunta al limite della sopportazione decideva di ribellarsi denunciando l'uomo.

La decisione

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, ha ritenuto l'uomo, per le azioni umilianti inflitte alla moglie, responsabile per il reato di maltrattamenti in famiglia di cui all'art. 572 c.p.

Determinante per inchiodare l'uomo, alle proprie responsabilità, sono state la relazione di servizio e il contenuto delle telefonate intercorse tra l'imputato e la persona offesa.

Le dichiarazioni della donna sono state ritenute attendibili sia "sotto il profilo della intrinseca linearità sia sotto il profilo della correttezza estrinseca".

 

QUALE RILEVANZA PROBATORIA HANNO I MESSAGGI WHATSAPP NEL REATO DI STALKING?

Pubblicato il 03 gennaio 2018 alle 10.55 Comments commenti (0)
Lo stalking consiste in un insieme di condotte persecutorie ripetute nel tempo (come le telefonate molestie, pedinamenti e le minacce) che provocano un danno alla vittima incidendo sulle sue abitudini di vita oppure generando un grave stato di ansia o di paura, o, ancora ingenerando il timore per la propria incolumità o per quella di una persona cara.

Il reato di stalking (dall'inglese to stalk, letteralmente "fare la posta") è entrato a far parte dell'ordinamento penale italiano mediante il d.l. n. 11/2009 (convertito dalla l. n. 38/2009) che ha introdotto all'art. 612-bis c.p., il reato di "atti persecutori", il quale punisce chiunque "con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita".

La pena

L'art. 612 bis c.p., al primo comma, punisce la condotta di chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita con la reclusione da sei mesi a quattro anni, salvo che il fatto non costituisca più grave reato.

Ai sensi del secondo comma, inoltre, la pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.

Il comma successivo prevede un aumento della pena fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992,n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.

In genere la procedibilità è a querela della persona offesa, con termine per la sua proposizione di sei mesi (anziché di tre mesi, come per quasi tutti gli altri reati).

Può, tuttavia, procedersi d’ufficio, quando il fatto viene commesso nei confronti di un minore di età oppure di una persona con disabilità (l. 104/1992) nonché quando il fatto viene connesso con altro delitto per cui debba procedersi d’ufficio.

Il reato è altresì procedibile d’ufficio quando il soggetto sia stato ammonito ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 8 del d.l. n. 11/2009, convertito in lleggen. 38/2009. Secondo questa recente normativa, infatti, fino a quando non viene proposta querela per il reato di stalking, la persona offesa ha facoltà di esporre i fatti all’autorità di pubblica sicurezza, avanzando richiesta al questore di “ammonimento” nei confronti dell’autore della condotta. La richiesta avanzata viene quindi trasmessa, senza ritardo, al questore, il quale assunte ove necessario le informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti, nel caso in cui ritenga l’istanza fondata, ammonisce oralmente il soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento. Dopo tale ammonimento, una eventuale ulteriore condotta persecutoria renderà il reato, come testé evidenziato, procedibile d'ufficio.

Il caso

Nel caso che analizziamo e sul quale si è pronunciata la Corte di Cassazione riguarda un imputato del delitto di stalking commesso in danno della propria fidanzata. L’imputato lamenta tra le motivazioni del ricorso presentato dinanzi alla Suprema Corte la mancata acquisizione da parte della Corte di Appello della trascrizione delle conversazioni svoltesi sul canale informatico whatsapp che avrebbero dimostrato la prosecuzione dei rapporti con la propria fidanzata e quindi l’inattendibilità della persona offesa, che aveva sostenuto che la relazione con l'imputato si era interrotta.

La decisione della Corte

La Corte di Cassazione, sez. V penale con la sentenza n. 49016/2017 analizza con particolare attenzione una problematica molto attuale quale il valore probatorio delle conversazioni svoltesi sul canale telematico whatsapp che, come è noto, oggi è molto utilizzato e diventerà quanto prima un elemento di sicura rilevanza nel corso di indagini giudiziarie.

In effetti la Suprema Corte non ritiene fondata la lamentela dell’imputato e giudica “ineccepibile la decisione della Corte territoriale di non acquisire la trascrizione delle conversazioni svoltesi sul canale informatico tra l'imputato e la parte offesa in quanto pur riconoscendo che la registrazione di tali conversazioni, operata da uno degli interlocutori, costituisca una forma di memorizzazione di un fatto storico, della quale si può certamente disporre legittimamente ai fini probatori, trattandosi di una prova documentale, (atteso che l'art. 234 c.p.p., comma 1, prevede espressamente la possibilità di acquisire documenti che rappresentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qualsiasi altro mezzo) l'utilizzabilità della stessa è, tuttavia, condizionata dall'acquisizione del supporto - telematico o figurativo contenente la menzionata registrazione, svolgendo la relativa trascrizione una funzione meramente riproduttiva del contenuto della principale prova documentale” (Sez. 2, n. 50986 del 06/10/2016; Sez. 5, n. 4287 del 29/09/2015).

In sintesi

La semplice trascrizione dei messaggi scambiati su WhatsApp non ha valore probatorio e, diversamente dalle registrazioni foniche che, in linea con quanto disposto dal Codice di procedura penale, costituiscono prova documentale, non può essere considerata affidabile. A meno che non si fornisca anche il supporto contenente il messaggio (nella maggior parte dei casi il telefono cellulare), per verificarne paternità e attendibilità.

 

BASTANO GLI SMS INVIATI ALL'AMANTE PER PROVARE L'IFEDELTA' DEL CONIUGE. QUESTO E' QUANTO STABILITO DALLA CASSAZIONE IN UNA RECENTE PRONUNCIA.

Pubblicato il 08 marzo 2017 alle 10.25 Comments commenti (0)

Tra i diritti e i doveri dei coniugi dopo il matrimonio rientra la fedeltà coniugale. Sempre più spesso accade che uno dei due partnes volga lo sguardo altrove e intrattenga relazioni extraconiugali.

Il coniuge tradito come può dimostrare il tradimento e vedersi tutelato dalla legge?

Ebbene presupposto ai fini del riconoscimento dell’addebito è il nesso di causalità tra la condotta fedifraga e la crisi coniugale. La prova del tradimento può darsi con qualsiasi mezzo anche con gli sms.

La Cassazione con la sentenza n. 5510/2017 depositata il 7 marzo 2017 ha stabilito che bastano degli sms dell'amante come prova del tradimento per richiedere la separazione con addebito a carico del coniuge che è venuto meno al dovere di fedeltà.

CASO

La Corte D’Appello di Milano era stata investita della questione relativa all’accertamento del tradimento del marito ai danni della moglie in ragione della scoperta, nel novembre 2007, di messaggi amorosi pervenuti sul cellulare del marito e scoperti dalla moglie.

La questione è arrivata fino in Cassazione, dove il marito ha provato a spiegare che il matrimonio era già in crisi da anni e che la scoperta del tradimento aveva solamente "aggravato una crisi coniugale già presente da tempo", ma la Corte di Cassazione ha ravvisato il nesso di causalità tra la scoperta dell’infedeltà e la crisi coniugale.

Pertanto l’ex marito dovrà ora versare alla donna duemila euro al mese per il mantenimento e tremila euro al mese per il mantenimento dei tre figli, oltre al pagamento totale delle spese straordinarie concordate tra le parti.

DIRITTO

La Corte, nel caso esaminato, osserva come  in tema di separazione tra coniugi, l'inosservanza dell'obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, che determinando normalmente l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l'addebito della separazione al coniuge responsabile. Sempreché non si dimostri, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale. Ne consegue che il coniuge nei cui confronti sia svolta domanda di addebito della separazione per violazione del dovere di fedeltà, è tenuto dimostrare che la comunione di vita materiale e spirituale era già venuta meno prima e indipendentemente dalla predetta violazione (nella specie il resistente nulla ha provato, avendo sul punto articolato prove inammissibili).

Ebbene è pacifico a questo punto ritenere come, ai fini della pronuncia dell'addebito della separazione, non è di per sé sufficiente l'accertamento della sola sussistenza di condotte contrarie ai doveri nascenti dal matrimonio, essendo necessario accertare di contro la sussistenza di un nesso di causalità tra: i comportamenti costituenti violazione dei doveri coniugali accertati a carico di uno od entrambi i coniugi e l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza.

In pratica occorre stabilire, in base al materiale probatorio raccolto, se la violazione accertata a carico di un coniuge sia stata la causa unica o prevalente della separazione, ovvero se preesistesse una diversa situazione di intollerabilità della convivenza, con l'effetto che solo nell primo caso potrà aversi una pronuncia di addebito della separazione.

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ASSEGNO DI MANTENIMENTO VERSATO UNA TANTUM IN SEPARAZIONE NON PRECLUDE LA PENSIONE DI REVERSIBILITA'

Pubblicato il 20 gennaio 2017 alle 06.25 Comments commenti (0)

L’assegno di mantenimento e l’assegno divorzile sono attribuiti all’ex coniuge per diverse finalità e scopi.

L’assegno di mantenimento previsto e disciplinato dall’art. 156 c.c. trova la sua ratio in base al principio di solidarietà e assistenza spirituale e materiale imposto ai coniugi per legge. Infatti, con la separazione non cessa il vincolo matrimoniale ma lo stesso è solo sospeso, ben potendo i coniugi riconciliarsi prima della pronuncia del divorzio.

Presupposto per l’attribuzione dell’assegno di mantenimento è che il coniuge beneficiario non disponga di redditi adeguati a un tenore di vita simile a quello che aveva durante il matrimonio e che la separazione non sia a lui addebitabile.

Di altra natura è, invece, l’assegno divorzile, il cui fondamento si ravvisa, infatti, nella rottura definitiva del rapporto coniugale e, dunque, nel venir meno di tutti gli effetti propri del vincolo matrimoniale.

Anche l'assegno divorzile ha una finalità assistenziale/solidaristica serve cioè a impedire il deterioramento delle condizioni economiche del coniuge economicamente più debole ma ai fini del suo riconoscimento la legge richiede requisiti più rigidi ovvero non basterà che il coniuge beneficiario sia privo dei mezzi economici idonei ad assicuragli un tenore di vita tendenzialmente equiparabile a quella precedente, ma invece è necessario che egli sia oggettivamente nella condizione di non poterseli procurare.

Entrambi gli assegni possono essere corrisposti sia mensilmente che con versamento c.d. “una tantum”.

Cosa succede in sede di divorzio se il versamento del mantenimento in separazione è avvenuto in unica soluzione? e alla pensione di reversibilità?

Ebbene principio consolidato in Giurisprudenza è quello secondo cui ove l’assegno divorzile venga corrisposto “una tantum” si perde irrimediabilmente il diritto alla percezione della pensione di reversibilità dell’ex coniuge.

Infatti la Corte di Cassazione con sentenza n. 3635/2012, ha affermato il principio di diritto secondo cui: "In tema di divorzio, qualora le parti, in sede di regolamentazione dei loro rapporti economici, abbiano convenuto di definirli in un' unica soluzione, come consentito della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 8, attribuendo al coniuge che abbia diritto alla corresponsione dell'assegno periodico previsto nello stesso art. 5, comma 6, una determinata somma di denaro o altre utilità, il cui valore il Tribunale, nella sentenza che pronuncia lo scioglimento dei matrimonio, abbia ritenuto equo ai fini della concordata regolazione patrimoniale, tale attribuzione, indipendentemente dal nomen iuris che gli ex coniugi le abbiano dato nelle loro pattuizioni, deve ritenersi adempitiva di ogni obbligo di sostentamento nei confronti dei beneficiario, dovendosi, quindi, escludere che costui possa avanzare, successivamente, ulteriori pretese di contenuto economico e, in particolare, che possa essere considerato, all'atto del decesso dell'ex coniuge, titolare dell’assegno di divorzio, avente, come tale, diritto di accedere alla pensione di reversibilità o (in concorso con il coniuge superstite) a una sua quota"

Da quanto detto si desume che l’improponibilità di nuove domande di contenuto economico dopo la corresponsione dell'assegno in unica soluzione è conseguenza non (tanto) dell'autonomia delle parti quanto (piuttosto) dell'accertamento da parte del giudice che pronuncia il divorzio della rispondenza dell'accordo alle esigenze di tutela del coniuge economicamente più debole. Ovviamente tale accertamento e valutazione di equità dell'accordo andranno compiuti anche in sede di divorzio ad istanza congiunta.

Cosa succede quando i coniugi in separazione stabiliscono il versamento dell’assegno di mantenimento in un’unica soluzione, è possibile in sede di divorzio pretendere ed ottenere il versamento dell’assegno divorzile e conseguentemente conservare il diritto alla reversibilità della pensione?

CASO

Tizio, condannato in Appello a corrispondere alla propria moglie un importo mensile a titolo di assegno divorzile, propone ricorso per Cassazione sostenendo la vigenza tra le parti, al momento della separazione poi omologata, di un accordo nel quale era stato espressamente previsto il versamento del mantenimento in unica soluzione al volto ad estinguere ogni obbligo di mantenimento.

DIRITTO

La Corte di Cassazione, sez. I civile - sentenza 10 febbraio 2016, n.2948 statuisce che “La determinazione dell'assegno divorzile, giusto l’art. 5 della legge n. 898/70, è indipendente dalle statuizioni patrimoniali operanti in vigenza di separazione dei coniugi. Conseguentemente, anche se negli accordi di separazione è stato pattuito che nessun assegno venga versato dal marito per il mantenimento della moglie, è comunque il giudice a dover procedere alla verifica del rapporto delle attuali condizioni economiche delle parti con il pregresso stile di vita coniugale, e decidere poi sull'eventuale diniego o sull’eventuale riconoscimento al coniuge debole dell'assegno divorzile”.

Pertanto alla luce di questa pronuncia il mantenimento versato con 'una tantum', cioè con un unico versamento, non preclude alla moglie la possibilità di ottenere l'assegno divorzile.

La moglie, quindi, che in sede di separazione accetta il mantenimento con la formula "una tantum" in sede di divorzio può però tranquillamente avanzare la richiesta di assegno di divorzile; questo è quanto ha ribadito la Corte di Cassazione con la Sentenza n. n. 2948 del 10.02.2016, sottolineando che il Giudice non deve tenere conto degli accordi pregressi dei coniugi ma deve verificare le attuali e le future condizioni economiche delle parti.

Non appare neppure possibile in sede di separazione abbinare all'assegno "una tantum", una rinuncia a chiedere in sede di divorzio l'assegno divorzile. Infatti, un simile accordo tra i coniugi è nullo ai sensi dell'art. 160 c.c. secondo cui gli sposi non possono derogare né ai diritti né ai doveri previsti dalla legge per effetto del matrimonio.

Da ciò derivano importanti conseguenze a livello assistenziale in caso di morte del coniuge obbligato ovvero la possibilità per il coniuge divorziato che in sede di separazione ha accettato un versamento “una tantum”, di vedersi riconosciuto un assegno periodico di divorzio e di conservare pertanto il diritto a ricevere la pensione di reversibilità dell’ex coniuge obbligato. 

A cura dell'Avv. Rosalia Cancellara

- riproduzione riservata -

 

LE OBBLIGAZIONI CONDOMINIALI SONO DIVISIBILI. OGNI CONDOMINO RISPONDE DEI DEBITI NELLA MISURA DELLA PROPRIA QUOTA MILLESIMALE.

Pubblicato il 11 gennaio 2017 alle 10.45 Comments commenti (0)

Le obbligazioni condominiali sono divisibili e, pertanto, il creditore può agire e avviare il pignoramento nei confronti del singolo condomino solo nei limiti della sua quota millesimale.

Immaginiamo che il nostro condominio non abbia pagato una ditta che ha eseguito dei lavori di rifacimento del tetto e questa, dopo aver pignorato inutilmente il conto corrente intestato al condominio stesso (perché vuoto), intenda agire nei confronti dei singoli proprietari, pignorando i loro beni personali. Come dovrà comportarsi il creditore? Fino a che misura sono responsabili i condòmini per i debiti del condominio? E soprattutto, fin dove può spingersi il pignoramento del creditore nei confronti del singolo proprietario? Può pretendere, da questi, il pagamento dell’intero importo (salvo il diritto a rivalersi, poi, nei confronti degli altri condomini) oppure potrà chiedergli solo una parte di tale somma proporzionata alla sua quota di millesimi?

Sulla questione è appena intervenuta una sentenza della Cassazione [1]. Secondo la Corte la soluzione più corretta è la seconda. In termini giuridici questo principio viene detto «regime dell’obbligazione parziaria» per contrapporlo a quello «dell’obbligazione solidale». In pratica, nell’obbligazione parziaria, in presenza di più debitori, ciascuno di essi è tenuto a pagare solo la sua parte di debito (che, in ambito condominiale, si misura in base ai millesimi); al contrario, nell’obbligazione solidale, il creditore può chiedere, al singolo debitore, il pagamento dell’intero importo, salvo poi il diritto di quest’ultimo di rivalersi nei confronti degli altri condebitori, in ragione delle rispettive quote.

 

Cosa fa il creditore quando non viene pagato dal condominio?

 

La riforma del condominio del 2012 ha stabilito una particolare sequenza di atti che il creditore deve compiere prima di poter procedere al recupero del proprio credito.

Questi può, inizialmente, decidere di pignorare il conto corrente del condominio. In alternativa a tale scelta, o nel caso in cui il conto sia vuoto e, quindi, non pignorabile, il creditore può decidere di agire direttamente nei confronti dei singoli condomini, pignorando i loro beni. Ma in tal caso deve prima aggredire quelli non in regola con le quote condominiali (o meglio, con il pagamento dell’importo spettante al creditore) e, solo dopo, in caso di insuccesso, potrà proseguire nei confronti di tutti gli altri.

Onde conoscere i nominativi di coloro che non hanno pagato le spese di condominio, il creditore deve rivolgersi all’amministratore e chiedergli l’elenco di tali soggetti. Quindi, il pignoramento verrà avviato prima verso questi ultimi. Se il credito permane, la ditta potrà pignorare i beni degli altri proprietari, quelli cioè in regola con i pagamenti.

È proprio su questo aspetto che, in passato, è sorto più di un dubbio: come deve agire, il creditore, nei confronti di tali condomini? Può chiedere al singolo l’intero importo (salvo poi il suo diritto di rivalersi verso gli altri) o deve dividere il credito per quanti sono i condomini ed esigere da ciascuno di essi la rispettiva quota millesimale? Quest’ultima è stata la soluzione abbracciata dalla giurisprudenza prima della riforma. Ora, la Cassazione conferma la vigenza dello stesso criterio anche post-riforma.

In sintesi, questo significa che se il condominio non ha pagato la ditta dei lavori di ristrutturazione del fabbricato e questa non abbia trovato nulla sul conto corrente condominiale, né sia riuscita a pignorare qualche bene nei confronti dei condomini morosi, potrà pretendere da tutti gli altri il pagamento in ragione dei rispettivi millesimi e non oltre.

 

GIORNATA INTERNAZIONALE PER L'ELIMINAZIONE DELLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE

Pubblicato il 24 novembre 2016 alle 11.30 Comments commenti (0)

ATTI PERSECUTORI - 612 BIS C.P: ASSECONDARE LO STALKER IMPEDISCE IL PERFEZIONAMENTO DEL REATO.

a cura dell'Avv. R.C.

Come ormai noto l'art. 612 bis c.p. configura il reato di atti persecutori, una delle novità più rilevanti introdotte dal D.L 11/2009. Stando al precetto normativo, la condotta costituente reato deve essere reiterata e posta in essere con minaccia o molestia tanto da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita. Essendo un illecito di tipo c.d. alternativo non è necessaria la realizzazione di tutte le conseguenze indicate dalla norma, ma ne è sufficiente anche una soltanto. Le radici del termine "stalking" utilizzato comunemente per identificare l'illecito in parola derivano dal vocabolo anglosassone "to stalk" traducibile in italiano con "fare la posta alla preda", ed è quanto mai calzante se si considera la tipologia di reato. Nonostante la continua evoluzione giurisprudenziale in materia ed il progressivo ampliamento dei confini del reato di atti persecutori, non mancano chiusure e passi falsi della Corte di legittimità che con la sentenza 9221/2016 ha senza dubbio fatto discutere.

CASO

Il caso è quello dell'ennesima violenza sessuale su una donna al termine di una relazione chiusa a causa della morbosa e pressante gelosia del partner. Questi, in risposta alla volontà della ex fidanzata, aveva iniziato a farla oggetto di ripetute pressioni e minacce, anche telefoniche. La vittima, costretta a mutare le proprie abitudini di vita, usciva di casa solo in compagnia delle amiche per evitare rischi alla propria incolumità. In occasione di un incontro chiarificatore richiesto dal persecutore, a cui la ragazza aveva aderito, lo stesso approfittava delle circostanze di tempo e di luogo, fino a costringere la ex, dopo una violenta colluttazione, a subire un rapporto sessuale completo.

DIRITTO

Il Tribunale di Napoli, adito dalla donna, con ordinanza dichiarava insussistenti i reati di violenza sessuale (art. 609 c.p.) e di atti persecutori (art. 612 bis c.p.) di cui era accusato l'imputato, ritenendo vi fosse, in entrambi i casi, il consenso della vittima. Il Procuratore della repubblica ricorreva in Cassazione per l'annullamento del suddetto provvedimento ottenendo una vittoria soltanto parziale. La Corte di legittimità ordinava, infatti, l'annullamento dell'ordinanza in riferimento soltanto all'art. 609 c.p., ritenendo fondato il ricorso e, dunque, sussistente la violenza sessuale; mentre confermava quanto già disposto sul reato di stalking ritenendo la valutazione operata dal Tribunale sul piano della consistenza indiziaria necessaria per la integrazione della fattispecie né manifestamente illogica, né contraddittoria ed è anche coerente con i rigidi parametri normativi per il corretto inquadramento della fattispecie. Nello specifico gli ermellini pur prendendo atto delle minacce continue, ed anche gravi, poste in essere dal persecutore, ritenevano incongruenti i comportamenti posti in essere dalla donna, consistiti nel proseguire i rapporti telefonici rispondendo al proprio interlocutore anziché prenderne le distanze; ovvero ancora nell'accettare quell'incontro "chiarificatore" poi degenerato nella violenza sessuale. Tali atteggiamenti fanno venir meno, secondo la Corte, eventuali stati di ansia o paura, e non rientrano nel quadro delle possibili alterazioni delle abitudini di vita. Dunque, stando a quanto disposto dai giudicanti, nel caso in cui il soggetto passivo, con il proprio comportamento, assecondi quello del soggetto agente, viene meno il requisito, indispensabile per la configurazione del reato di stalking, del mutamento radicale delle abitudini della vittima anche a seguito della situazione di ansia che ne segna in modo irreversibile la vita. Invero, la valutazione dei fatti appare poco attenta e riflette quel velo di incertezza che circonda da sempre il reato di atti persecutori. E' questo, forse, il motivo per cui le pagine di cronaca degli ultimi anni sono colme di storie di donne che, perseguitate dal loro stalker, non trovano sicuro rifugio in una norma penale che appare ancor oggi inadeguata o mal interpretata. E' evidente, infatti, nel caso di specie come nella maggior parte dei casi, che per la punizione del reo si attende sempre che quest'ultimo commetta un reato più grave, quale ad esempio una violenza sessuale. Riguardo gli aspetti civilistici del delitto in esame, e prescindendo momentaneamente dal caso concreto, la vittima ha diritto di ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale, ed eventualmente patrimoniale, subito. Con danno non patrimoniale deve intendersi sia il danno esistenziale, inteso come mutamento permanente delle abitudini di vita (ex art. 2 Cost.), sia il danno morale, quale mutamento temporaneo delle stesse, sia il danno biologico, quale danno alla salute causato dallo stato d'ansia (ex art. 32 Cost.). Il risarcimento del danno da illecito penale deriva ex art. 185 c.p. che fa espresso riferimento agli artt. 2043 e 2059 c.c.. Pertanto, l'iter previsto sarà quello tipico civilistico in caso di responsabilità aquiliana, che prevede una prescrizione dell'azione di 5 anni. Dunque, rivolgendosi ad un legale, si potrà introdurre un giudizio con atto di citazione, durante il quale sarà onere dell'attore dimostrare l'evento, il danno ed il relativo nesso di causalità. Tornando al caso in esame, tuttavia, non si può che rilevare come la sentenza penale abbia negato due volte giustizia alla vittima, sia in campo penale che civile. L'intervento di una sentenza che qualifichi il reato come insussistente, infatti, preclude al soggetto offeso anche il diritto ad ottenere il risarcimento del danno anche in campo civilistico.

NO ALL'ESPULSIONE DELLO STRANIERO SE VI E' CONTRATTO DI CONVIVENZA CON CITTADINO/A ITALIANA.

Pubblicato il 22 ottobre 2016 alle 10.25 Comments commenti (0)

a cura dell'Avv. Rosalia Cancellara 

Cass. pen., Sez. I, 27 giugno 2016 (dep. 18 ottobre 2016), n. 44182 La Corte di cassazione, Sezione I penale, con sentenza n. 44182 depositata il 18 ottobre 2016, ha accolto il ricorso proposto da uno straniero contro il provvedimento emesso dal tribunale di Torino che rigettava l'opposizione proposta dallo stesso ricorrente avverso l'ordinanza con la quale il magistrato di sorveglianza di Cuneo aveva decretato la sua espulsione dal territorio dello Stato italiano ai sensi dell'art. 16, d.lgs. 286/1998. Nel suo ricorso l'imputato lamentava che il tribunale di Torino non aveva considerato il fatto che egli vivesse da tempo in Italia con il suo nucleo familiare originario ed in particolare che convivesse more uxorio con cittadina italiana. I giudici di legittimità, data l'entrata in vigore della legge 76/2016, Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze, ritengono di dover superare l'orientamento maggioritario presente in giurisprudenza secondo il quale la semplice convivenza more uxorio non è ostativa alla espulsione ai sensi dell'art. 16, cit. Con la legge sulle unioni civili infatti sono state riconosciute dall'ordinamento statuale e disciplinate positivamente le unioni tra persone dello stesso sesso e, con esse, anche quelle di fatto tra gli eterosessuali. Orbene la finalità perseguita dal Legislatore con tale nuova regolamentazione è quella di parificare, pur distinguendo le relative discipline positive e specifiche, la nozione di coniuge con quella di persona unita civilmente, e questo attraverso l'introduzione, a fianco del matrimonio regolamentato dagli artt. 82 e ss. c.c., del c.d. contratto di convivenza. La legge inoltre ha cura di stabilire il principio generale che, ove nelle leggi dello Stato compaia il termine "coniuge" questo deve intendersi riferito anche alla persona civilmente unita ad un'altra con il contratto di convivenza. Per tali ragioni la prima Sezione penale ha annullato con rinvio il provvedimento impugnato affermando il seguente principio di diritto: "la convivenza dello straniero con una cittadina italiana riconosciuta con contratto di convivenza, disciplinato dalla legge 20 maggio 2016, n. 76 è ostativa alla espulsione a titolo di misura alternativa alla detenzione di cui all'art. 19, comma 2, lett. c) d.lgs. 286/1998 e tale causa ostativa deve essere valutata se sussistente o meno al momento in cui l'espulsione viene messa in esecuzione".

ALIENAZIONE PARENTALE. MADRE CONDANNATA A RISARCIRE EURO 30.000,00.

Pubblicato il 21 ottobre 2016 alle 00.30 Comments commenti (0)
Ancora un interessante pronuncia del Tribunale di Roma in tema di Alienazione parentale Ogni genitore, dopo il divorzio, deve fare di tutto affinché i figli mantengano con l'altro un buon rapporto e ne conservino un'immagine positiva, non solo per garantire la crescita equilibrata dei piccoli, ma anche perché in caso contrario è possibile che il giudice condanni il genitore scorretto al risarcimento del danno ex articolo 709-ter c.p.c. in favore dell'altro coniuge, alienato. La letteratura scientifica definisce la PAS un disturbo che insorge ogniqualvolta un genitore (alienante) metta in atto una vera e propria campagna denigratoria contro l'altro genitore allo scopo di allontanare da quest'ultimo i figli. Il fenomeno della PAS si manifesta con maggiore frequenza, pertanto, nei casi di separazione o cessazione della convivenza more uxorio, che vedono i genitori scontrarsi sull'affidamento dei figli. Non è raro che il genitore con cui i figli convivono metta in atto strategie finalizzate a screditare l'altro genitore ai loro occhi, ostacolandone, quindi, il rapporto. IL CASO Il Tribunale di Roma che, con la sentenza numero 18799/2016 depositata l'11 ottobre scorso (destinata a fare la storia) ha condannato una donna a risarcire l'ex marito con 30.000,00 euro proprio per non aver garantito e ostacolato il recupero del rapporto del padre con il figlio, avendo screditato continuamente l'uomo agli occhi del minore. Per il Giudice la mamma avrebbe dovuto agire in maniera tale da consentire al figlio di recuperare in maniera giusta il ruolo paterno: la tutela della bigenitorialità, infatti, impone di superare tutte le mutilazioni affettive dei minori. Invece la donna non aveva fatto altro che sfuggire agli incontri programmati e ostacolare il funzionamento dell'affido condiviso con atteggiamenti denigratori della figura paterna. Il Collegio sottolinea come la signora non possa ritenersi esente da responsabilità non avendo posto in essere alcun comportamento propositivo per tentare di riavvicinare il figlio al padre risanandone il rapporto nella direzione di un sano e doveroso recupero necessario per la crescita equilibrata del minore già gravemente sofferente, ma al contrario continuando a palesare la sua disapprovazione in termini screditanti nei confronti del marito. DIRITTO Nella Sentenza in commento si legge: "si reputa che la sanzione più consona alla fattispecie, tenuto conto che la condotta materna ha avuto ricadute dirette sulla figura dell'altro genitore, svilito nel suo ruolo di educatore e di figura referenziale, siano sia quella dell'ammonizione, invitandosi la ricorrente ad una condotta improntata al rispetto del ruolo genitoriale dell'ex coniuge ed ad astenersi da ogni condotta negativa e denigratoria del medesimo, sia quella del risarcimento del danno nei confronti del resistente che si liquida in via equitativa, valutata in relazione alle sue capacità economiche ed al protrarsi dell'inadempimento, nella somma di euro 30.000,00 al fine di dissuaderla in forma concreta dalla protrazione delle condotte poste in essere, la cui persistenza, potrà peraltro in futuro dare adito a sanzioni ancor più gravi ivi compresa la revisione delle condizioni dell'affidamento dei minori. Motivazione perfettamente in linea con quanto sostenuto da tempo dalla Suprema Corte di Cassazione che in in varie sentenze ha evidenziato come: "Non può esservi dubbio che tra i requisiti di idoneità genitoriale, ai fini dell'affidamento o anche del collocamento di un figlio minore presso uno dei genitori, rilevi la capacità di questi di riconoscere le esigenze affettive del figlio, che si individuano anche nella capacità di preservargli la continuità delle relazioni parentali attraverso il mantenimento della trama familiare, al di là di egoistiche considerazioni di rivalsa sull'altro genitore". Invece, con riferimento alla presunta sussistenza di un disturbo da PAS, la Corte ha preferito non entrare nel merito delle controversie scientifiche, tuttavia stabilendo un principio di fondamentale importanza, ossia che il giudice di merito (di primo e di secondo grado) è tenuto a verificare l'esistenza o meno di denunciati comportamenti volti all'allontanamento fisico e morale del figlio minore dall'altro genitore. Il giudice di merito, a tal fine, può utilizzare i comuni mezzi di prova tipici e specifici della materia (incluso l'ascolto del minore) e anche le presunzioni (desumendo eventualmente elementi anche dalla presenza, laddove esistente, di un legame simbiotico e patologico tra il figlio e uno dei genitori). Tali comportamenti, qualora accertati, pregiudicherebbero il diritto del figlio alla bigenitorialità e, soprattutto, alla sua crescita equilibrata e serena. La Corte di Cassazione ha, per la prima volta, superato il dibattito scientifico concernente la qualificazione della PAS come vera e propria patologia e si è concentrata sui fatti e sui comportamenti ad essa sottostanti, che siano in grado di incidere negativamente sulla crescita dei minori, tanto da comprometterne lo sviluppo di un naturale rapporto con entrambe le figure genitoriali. Per la Corte, quindi, ogniqualvolta un genitore deduca in giudizio che i comportamenti tenuti dall'altro genitore - affidatario o collocatario, possano determinare l'insorgere di una Sindrome da Alienazione Parentale, il giudice di merito, dinanzi a cui pende la controversia, prescindendo dalle teorie scientifiche sulla validità/invalidità della suddetta patologia, ha l'obbligo di accertare la veridicità in punto di fatto dei suddetti comportamenti, potendo fare ricorso ai comuni mezzi di prova tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni.

Ordine di protezione attuabile anche in caso di separazione e divorzio.

Pubblicato il 17 ottobre 2016 alle 05.35 Comments commenti (0)
L'articolo 342 bis del codice civile al primo comma definisce come abuso familiare la condotta pregiudizievole posta in essere dal coniuge o dal convivente che e?? causa di grave pregiudizio all'integrita?? fisica e morale ovvero alla liberta?? dell'altro coniuge. La misura che può adottare il Tribunale è di natura cautelare ed ai fini dell'emissione è necessaria una condotta posta in essere nell'ambito della famiglia tale da stravolgere la vita familiare e da causare un grave pregiudizio in capo alla vittima. Le condotte ???abusanti??? non sono state tipizzate dal legislatore proprio per consentire al giudice di valutare caso per caso. Si ritiene che possa essere considerato rilevante ai fini dell'emissione dell'ordine di protezione il comportamento reiterato denigratorio e vessatorio in ambito familiare; non e?? invece stato ritenuto sufficiente ad integrare gli stremi dell'abuso il comportamento del coniuge che, nell'ambito della crisi coniugale, non corrisponda alla moglie il denaro per le esigenze primarie della famiglia, provvedendo in prima a persona alle spese primarie e a talune spese mediche (Tribunale Bari 2002). L'abuso è configurabile anche nei confronti i dei figli minori nel caso in cui il minore sia costretto ad assistere a reiterate aggressioni e comportamenti denigratori di uno dei due genitori nei confronti dell'altro (anche se in tal caso i comportamenti possono integrare gli estremi del reato di maltrattamenti in famiglia). Affinché possa essevi ???abuso??? il comportamento del soggetto agente deve cagionare un grave pregiudizio nella vittima. In caso di separazione o divorzio - Ove sia già in atto un giudizio di separazione o divorzio, e vengano posti in essere comportamenti che siano espressione di ???gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto esercizio delle modalita?? di affidamento???, non si applicherà l'articolo 342 bis c.c. sull'ordine di protezione ma le disposizioni di cui all'articolo 709 ter cpc essendo quest'ultima norma speciale rispetto all'ordine di protezione. L'emissione di un ordine di protezione avrà certamente una rilevanza sostanziale nell'orientare, successivamente, il giudice della separazione verso una forma di affidamento dei minori che escluda il genitore ???abusante??? se non addirittura rilievo per ciò che concerne un eventuale provvedimento di sospensione o decadenza della responsabilità genitoriale. Quid juris se nonostante la pronuncia dei provvedimenti presidenziali la condotta violenta ed abusante del coniuge non muta? In queste ipotesi sara?? opportuno integrare l'ordinanza presidenziale con l'ordine di protezione ex articolo 342 bis e ter c.c.. I soggetti legittimati alla presentazione del ricorso sono i coniugi, i conviventi more uxorio (purchè lo siano in modo stabile), le coppie di fatto (anche omosessuali) e i figli. Questi ultimi posso, ovviamente, anche essere autori di abusi familiari e quindi destinatari di un ordine di allontanamento che non esclude la persistenza dell'obbligo dei genitori di versare un assegno mensile di mantenimento, ex articolo 155 quinquies c.c; ove i figli minori siano vittime di abuso familiare e?? necessaria la segnalazione al Tribunale per i Minorenni o alla Procura della Repubblica per i provvedimenti di competenza. Il contenuto del provvedimento - Qualora siano i genitori gli autori di abusi familiari ai danni dei figli minori in dottrina è prevalente la tesi in base alla quale la disciplina degli ordini di protezione non troverebbe applicazione, perche?? si colloca in un rapporto fra genere e specie rispetto a quella dettata dagli artt 330 e 333 c.c.. Sia l'articolo 330 c.c che l'articolo 342 ter c.c prevedono l'allontanamento dalla casa familiare del coniuge o convivente che ha adottato la condotta pregiudizievole con la differenza che nell'articolo 330 c.c l'allontanamento dalla casa familiare e?? una misura accessoria alla decadenza o sospensione della potesta?? genitoriale che perdura sino alla durata del provvedimento ablativo, mentre nell'articolo 342 ter c.c. l'allontanamento e?? una misura autonoma provvisoria, direttamente funzionale alla cessazione della condotta pregiudizievole e prorogabile. Il giudice che emette l'ordine di protezione è tenuto ad elencare i comportamenti violenti e pregiudizievoli che debbono cessare. Oltre alla prevista misura dell'ordine di allontanamento dalla casa familiare sono previste come misure accessorie il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dal ricorrente o dai figli della coppia, l'intervento dei servizi sociali o di un centro di mediazione familiare o di associazioni istituzionalmente preposte a sostegno e tutela delle vittime di violenze domestiche; la misura patrimoniale necessaria, a volte, per consentire alla vittima di potersi mantenere in modo autonomo. Altrimenti, in caso di indigenza della vittima il suo stato di non autosufficienza economica potrebbe rappresentare un elemento scoraggiante la presentazione del ricorso ovvero uno strumento di ???persuasione??? o ???ricatto??? nelle mani dell'abusante per costringere la vittima a non porre in atto alcuna azione. Nel caso di violazione dell'ordine di protezione e?? prevista la sanzione penale disciplinata dall'articolo 388 cp. Il procedimento è di natura cautelare (artt 669 bis e ss. cpc, con la conseguenza che eventuali lacune nella disciplina specifica degli ordini di protezione possono essere colmate facendo riferimento alle norme generali sui procedimenti cautelari). Il Procedimento Il ricorso puo?? essere presentato dalla parte personalmente o dall'avvocato presso il Tribunale del luogo di residenza o domicilio del ricorrente. Se la misura e?? accolta, il decreto conterra?? anche la determinazione della durata dell'ordine di protezione; il decreto emesso nel contraddittorio delle parti e?? immediatamente esecutivo e contro tale decreto e?? ammesso reclamo al Collegio; il reclamo non sospende l'esecutivita?? dell'Ordine di Protezione. Il decreto è Collegiale (di conferma o revoca del provvedimento reclamato) e non e?? impugnabile in Cassazione nè ricorso ordinario né con il ricorso straordinario, perche?? mancante dei requisiti della decisorieta?? e definitivita??). Contro il decreto con cui il giudice adotta l???ordine di protezione o rigetta il ricorso, o conferma, modifica o revoca l???ordine precedentemente adottato, è ammesso reclamo al tribunale entro il termine perentorio di dieci giorni dalla comunicazione o della notifica del decreto, ai sensi dell???art. 739, comma II, c.p.c.. II reclamo introduce un giudizio avente natura di revisio prìorìs instantiae, con la conseguenza che è inammissibile la produzione di documenti nuovi e la richiesta di assunzione di prove costituende. Del pari inammissibile in sede di reclamo è l???istanza con cui la parte reclamata chiede l???applicazione delle misure previste dall???art. 709 ter, c.p.c. lamentando il mancato pagamento dell???assegno periodico disposto con l???ordine di protezione[26]: in forza dell???art. 669-duodecies c.p.c., l???attuazione delle misure cautelari aventi ad oggetto somme di denaro - e tale è da considerarsi l???ordine di pagamento del contributo al mantenimento stabilito dal provvedimento di cui all???art. 342 ter, comma II, c.c. - avviene nelle forme degli artt. 491 e ss., c.p.c., ossia mediante l???espropriazione forzata[27]. Il reclamo non sospende l???esecutività dell???ordine di protezione: il tribunale provvede in camera di consiglio, in composizione collegiale[28], sentite le parti, con decreto motivato non impugnabile, nemmeno per cassazione (né con ricorso ordinario, né con ricorso straordinario ai sensi dell???art. 111, Cost.), giacché detto decreto difetta dei requisiti della decisorietà e della definitività. Per quanto non previsto dall???art. 736 bis, c.p.c., si applicano al procedimento le norme comuni ai procedimenti in camera di consiglio (ove compatibili), ex artt. 737 e ss., c.p.c.. A cura dell' Avv. R.C.

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